Sull'educazione

di Giuliano Romoli

Scopo dell’educazione è quello di condurre il bambino verso la conoscenza della realtà e del suo significato.

Chi ha la responsabilità di educare è l'adulto, in primo luogo i genitori, e lo deve fare con amorevolezza e autorevolezza. "Amorevolezza" vuol dire che l'adulto propone e non impone. “Autorevolezza” vuol dire che l’adulto non si limita ad esporre un elenco generico di ipotesi esplicative della realtà, tra le quali il bambino dovrà poi fare una scelta, ma ne propone una, quella che di cui egli stesso fa esperienza positiva.

D’altra parte questo è il modo naturale di educare, proprio delle persone semplici,  che spesso ottengono i migliori risultati.

L’introduzione del bambino alla realtà e al suo significato avviene attraverso la comunicazione di una “tradizione” culturale, acquisita non tanto mediante una preparazione specifica, ma per  osmosi con l’ambiente umano in cui la famiglia è inserita.

Spesso questa tradizione culturale viene anche chiamata “patrimonio di valori”.

La tradizione culturale, il patrimonio di valori trasmesso al bambino da chi lo accompagna autorevolmente costituisce l’iniziale ipotesi esplicativa della realtà, che egli, poi, verificherà, giudicandola, o meno, conforme alle sue esigenze costitutive di felicità.

Il rischio del rifiuto di tale tradizione è un’opzione possibile, dal momento che il primo valore da preservare nel rapporto educativo è quello della libertà.

Due elementi appaiono fondamentali nel percorso educativo: l'accompagnamento e la tradizione culturale.

Un accompagnamento significativo avviene solo all’interno di una unità o com-unità. Non per niente la natura specifica dell’ambiente in cui un bimbo si apre alla vita è quella di una comunità: la famiglia. Se osserviamo, le esperienze più significative in campo educativo si avvalgono sempre di un ambiente comunitario. La Chiesa stessa esercita la sua funzione educativa come comunità.

La ragione di questo fatto appare abbastanza evidente: la vita si svolge all’interno di una trama di rapporti e, perché questi rapporti diventino significativi, il bambino deve fare esperienza fin da subito della loro ricchezza all’interno di un ambiente facilitato.

La separazione dei genitori tronca la serena evoluzione relazionale e psicologica della personalità del bambino; tant’è vero che la scuola riscontra quasi sempre nei figli di genitori separati difficoltà di relazione e di apprendimento. Un bambino sballottato tra un genitore e l’altro, tra un nonno e l’altro, con genitori o nonni acquisiti porterà sempre i segni di questo innaturale e deforme modello di accompagnamento nel percorso di crescita.

Un accompagnamento significativo implica tempo dedicato al bambino. Non è vero che basta la qualità del rapporto, quando questo ha modo di realizzarsi. Per una comunicazione efficace occorre la vicinanza fisica; non si dà una comunicazione di valori via etere; proprio perché non si tratta di una comunicazione verbale, ma esistenziale.

Certo è importante anche la qualità del rapporto: quando si è insieme al bambino occorre “esserci” davvero.

Quanto alla tradizione, ci dobbiamo chiedere se  c’è ancora una tradizione da comunicare ai nostri figli.

Fino a qualche decennio fa era naturale parlare di tradizione cristiana. Attualmente non è più così. L’agente informativo principale è il computer, seguito dalla televisione. Questi strumenti non trasmetto un patrimonio di valori, ma una massa di suggestioni frammentarie e disgregate, che, nel migliore dei casi, impediscono esperienze e relazioni più significative per la crescita umana del bambino.

Anche i genitori, però, spesso non sanno trasmettere una tradizione, perché essi stessi sono vittime dell’insignificanza dilagante. Alcuni puntano sul divertimento, altri sul successo, altri sulla ricchezza, ecc..  sempre tenendo a distanza i bambini e le esigenze fondamentali di bellezza, di verità, di giustizia che essi ancora avvertono intensamente.

Il problema fondamentale dell’educazione oggi è l’educatore.

Siamo noi adulti soprattutto che abbiamo bisogno di metterci in discussione. Dovremmo chiederci più spesso “Cosa andiamo cercando?” “Cosa vogliamo fare della nostra vita?” e, se non troviamo risposta o se non siamo neppure capaci di porci questi problemi, chiedere aiuto.

Un bimbo è come un fiore nelle nostre mani.

Abbiamo la possibilità di farlo sbocciare o di frantumarlo in una stretta mortale.

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